Aspettando la conferenza regionale sul sistema educativo. Il futuro della scuola nelle parole di Aureliano Deraggi

Foto_conferenza_regionale_2014Se non l’hai ancora fatto, leggi l’articolo della scorsa settimana e scopri come il preside Aureliano Deraggi, dirigente scolastico in servizio presso l’U.S.R. per la Liguria, insieme con la prof.ssa Gloria Rossi del medesimo Ufficio, ha ripercorso la storia delle politiche scolastiche della Liguria degli ultimi anni, con lo sguardo volto al futuro.

 

Di seguito, ecco la seconda parte dell’intervista: al centro, i temi dell’alternanza scuola-lavoro e della valutazione di studenti e insegnanti.

 

In questi giorni è uscita sui giornali di tutto il mondo una proposta del Ministro dell’istruzione francese di ripensare il sistema valutativo della scuola. Lei lo condivide? Non si rischia, consideranti gli studenti essere così fragili, di renderli tali?

 

Io credo che non si possa non tener conto di una tradizione nazionale. Prendere a prestito abitudini o idee di altri Paesi è pericoloso. In Italia abbiamo un percorso consolidato, anche se a volte contrastato, che è quello che fa riferimento all’Invalsi. Questa è la via italiana alla valutazione che ormai è una strada senza ritorno. Non solo perché è frutto di un lungo lavoro ma anche perché tutte le ricerche fatte ci spingono ad andare in questa direzione. Promuovere l’autovalutazione di un servizio, delle scuole, degli studenti e degli stessi insegnanti è qualcosa di cui si parlava già negli anni Ottanta-Novanta, cioè prima cioè dell’Invalsi. Ma accanto ad una autovalutazione, importante e legittima, deve esserci sempre anche una valutazione esterna, perché altrimenti si rischia di essere autoreferenziali.

Nessuna valutazione scolastica può misconoscere l’aspetto educativo formativo della valutazione stessa. La scuola è una palestra per gli studenti per comprendere come, nel mondo del lavoro, chi lavora deve essere valutato. In un sistema culturale integrato come il nostro non è possibile pensare che le scuole percorrano sentieri diversi da tutti gli altri. Nelle aziende l’autovalutazione ha un grande valore ma deve sempre fare conto con un terzo soggetto, esterno e imparziale. Il nostro sistema è l’unico che può reggere all’impatto con il mondo del lavoro.

 

Parlando di valutazione non si può non affrontare anche la questione, di cui si parla tanto a livello italiano ed europeo, della certificazione delle competenze non formali. In che modo si possono integrare in una valutazione complessiva dell’alunno?

 

Gli apprendimenti non formali, le attività di cittadinanza attiva, le competenze chiave europee, non possono essere formalizzati solo per il conteggio dei crediti in funzione degli Esami di Stato.

I Consigli di Classe devono capire che queste competenze sono importanti quanto quelle acquisite a scuola. La valutazione di uno studente non può avvenire solo tenendo conto delle performance scolastiche. Esiste già un supporto normativo a questa impostazione ma fino a quando i docenti non saranno convinti di questo non cambierà nulla. Potrebbero uscire atti o documenti europei che però resterebbero lettera morta. A livello istituzionale, non si fa fatica a capire l’importanza di queste cose e a mettersi d’accordo; la disseminazione e la condivisione, diciamo capillare, è invece un percorso, necessariamente, più lungo.

Pensiamo ad esempio alla questione dell’Alternanza scuola-lavoro: noi vorremmo che le scuole considerassero sempre più questa come una vera e propria attività scolastica e sempre meno come stage. In questo modo si potrebbe arrivare ad una oggettiva valutazione dell’impegno degli studenti nei luoghi di lavoro, attribuendogli, finalmente, lo stesso peso delle attività fatte in classe.

 

Far avvicinare i giovani al mondo del lavoro resta uno degli obiettivi condivisi dal Ministero, dalla Regione e dalle stesse scuole. Con le difficoltà però di garantire la stessa opportunità a tutti gli studenti e di trovare aziende disposte ad ospitarli. Per le scuole, soprattutto per i licei, non è sempre facile creare una rete con aziende e imprese locali.

 

Svolgendo il nostro lavoro a sostegno di progetti e di attività di alternanza siamo rimasti molto colpiti da un dato: chiedendo alle scuole con quante aziende avevano rapporti ci siamo resi conto che esistono abissali differenze tra le diverse realtà. Alcune hanno risposto 0, altre 150.

Allora ci siamo chiesti come possiamo aiutare la nascita di una rete e abbiamo deciso di lavorare ad una banca dati di aziende e imprese liguri disponibili, coordinandoci per la selezione, con le associazioni di categoria.

Certamente, però reperire, le aziende non è facile, anche per la scarsa abitudine dell’impresa a dialogare con la scuola. Far andare dei minori nei luoghi di lavoro spesso poi si scontra con le questioni di sicurezza dell’ambiente di lavoro, problema non facilmente risolvibile.

Quello che dobbiamo fare, in primis, è creare un clima di collaborazione e fiducia, che nasce dalla reciproca conoscenza. Le scuole, da parte loro, dovrebbero metterci tanta professionalità e iniziare a considerare la micro e la piccola impresa, fondamentali nel tessuto produttivo locale, importanti come la grande impresa, valutando la qualità della formazione offerta agli studenti e non solo se il nome di chi la offre è più o meno noto.

 

Il tema della valutazione è importante anche per lo stesso corpo docente. Quale valutazione si fa dell’operato degli insegnati e da chi viene fatta?

 

La valutazione va inserita in un sistema più ampio che vede Dirigente Scolastico e Ispettori valutare, insieme agli stakeholder, anche gli insegnanti. Questo però è un percorso complicato perché prevede che le persone che lavorano nella scuola considerino il lavoro che fanno non solo come un appendice alla loro vita ma come parte fondante della stessa. Da qui passerebbe anche la valorizzazione della stessa “professione docente”.

 

In questi ultimi mesi i diversi ordini professionali hanno chiesto la formazione e l’aggiornamento professionale ai propri associati. La formazione del corpo docente non è invece prevista. Come mai?

 

Un aggiornamento professionale obbligatorio non avrebbe senso. Si devono capire le motivazioni e i miglioramenti che i cambiamenti potrebbero portare nelle scuole. Un salto qualitativo si avrà quando i docenti ne capiranno le potenzialità. Quanto alla formazione, la normativa dispone che le 40 ore che ogni docente deve mettere a disposizione possano essere utilizzate come occasione di formazione, stesso discorso per i C. di C. Una delibera degli organi collegiali competenti potrebbe poi stabilire che la seconda tranche di 40 ore venga dedicata ad attività di aggiornamento: penso ad esempio alla didattica innovativa, alla formazione digitale, alle nuove tecnologie. Ottanta ore ogni anno non sono poche.

Ma come in tutti i sistemi complessi, anche nelle scuola ci si lascia fuorviare dalle emergenze che, invece, andrebbero gestite da figure professioniste ad hoc, in primis dal Dirigente e dal suo staff. Questo consentirebbe di sgravare gli organi collegiali della gestione delle emergenze, in questo modo potrebbero concentrarsi sugli obiettivi di politica scolastica. La professione docente avrebbe così un plus valore perché il docente stesso diventerebbe davvero un professionista, che interagisce con altri professionisti, nel cercare le strategie opportune per il miglioramento della scuola e del servizio.

 

Intervista di Paola Castellazzo

 

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