“I ragazzi italiani così chiusi al mondo”. Più della metà teme rapporti con l’estero

 

L’indagine dell’Osservatorio nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole di Intercultura. Contesto culturale, rari viaggi, famiglie troppo chiuse, scarsa conoscenza delle lingue le cause principali 

 

Lo leggo dopo  CONOSCENZA delle lingue straniere sotto la media, poche esperienze di studio all’estero e brevi viaggi fuori dai confini nazionali, il sogno di trovare lavoro in Italia. Ma anche poco ambiziosi, spaventati dal mondo globalizzato, troppo legati alla famiglia e al contesto sociale dove sono cresciuti. Insomma, i ragazzi italiani sono meno aperti all’estero rispetto ai loro ‘cugini’ europei.

 

E’ la conclusione dello studio dell’Osservatorio sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca della Fondazione Intercultura, realizzata in collaborazione con l’Ipsos e finanziata dalla Fondazione Telecom. Quest’anno la ricerca è stata ampliata ad altre cinque nazioni europee: Svezia, Germania, Francia, Spagna e Polonia. E i risultati non sono certo incoraggianti per il nostro Paese.

 

L’indagine. L’Istituto di ricerca Ipsos ha intervistato un campione di 2.275 studenti stranieri e ha confrontato i risultati con le risposte degli 800 studenti italiani. Più della metà ha un atteggiamento di chiusura verso l’estero. Nelle risposte hanno totalizzato il punteggio medio più basso. I migliori sono la Svezia con 35.5 punti e la Germania con 35.1. “Le domande – spiega Raffaele Pirola di Intercultura – avevano lo scopo di misurare il grado di internazionalizzazione delle scuole, la mobilità degli studenti, la percezione che hanno di sé e dell’ambiente che li circonda per quanto riguarda la loro apertura verso altre lingue e culture: solo il 20% di loro si è dimostrato realmente inserito nel contesto globale”.

 

Un problema culturale. Come mai un risultato così deludente? “Il problema è culturale – prosegue Pirola. Certo, non una chiusura a priori verso lo ‘straniero’, ma un atteggiamento mentale. “La volontà di diventare cittadini del mondo nasce dal profilo caratteriale dei giovani europei. E basta vedere la percezione di sé che gli studenti italiani hanno per capire come manchi la consapevolezza di come muoversi in un contesto più ampio rispetto a quello locale”. Se gli italiani si autodefiniscono soprattutto simpatici e socielvoli, i tedeschi e gli svedesi sono i più ambiziosi. Più focalizzati a raggiungere l’obiettivo e credono nell’individualismo come mezzo per il successo, mentre in Italia è più importante l’identità sociale e la famiglia ha un ruolo centrale. Che spesso è la prima, insieme alla scuola, a non incoraggiare l’apertura verso l’estero.

 

L’ostacolo della lingua. Senza contare il problema oggettivo della conoscenza delle lingue straniere e, in particolare dell’inglese. Qui i numeri sono chiari e rappresentano uno degli ostacoli principali all’internazionalizzazione. In Italia solo il 35% dei giovani sostiene di avere un buon livello di inglese. Per non parlare della media della popolazione, dove si crolla addirittura a percentuali tra il 5 e il 7%. Un altro mondo rispetto alla Svezia e la Germania dove sono rispettivamente il 77 e il 67%.

 

Tuttavia le cause non sono da cercare solo dell’ insegnamento a scuola. Anzi, è proprio fuori dalle mura scolastiche che il rapporto con le lingue straniere è praticamente inesistente in Italia. I ragazzi difficilmente guardano film, leggono libri e giornali che non siano nella nostra lingua. Certo, non è solo colpa loro: in altre nazioni come le immancabili Svezia e Germania, l’85% e il 52% degli intervistati vedono quasi tutti i giorni film in lingua straniera, anche perché ne hanno l’opportunità, mentre da noi non sono trasmessi programmi in lingua originale.

 

Non c’è da stupirsi quindi se anche l’opportunità della rete non viene sfruttata. Solo un terzo dei giovani, infatti, utilizza l’inglese per mantenere contatti con amici stranieri.

 

Futuro all’estero o vicino casa? Eppure, addirittura l’89% dei ragazzi italiani sarebbe disposto o mette in conto nel futuro prossimo un periodo di lavoro all’estero. Un dato simile a quello della Spagna e assai superiore rispetto ai coetanei tedeschi. “Non dobbiamo però farci ingannare dai numeri: per molti di loro è solo una scelta di necessità perché non hanno un lavoro, ma il sogno è un futuro in patri”. Insomma, è la crisi economica a ‘internazionalizzare’ i giovani loro malgrado.

 

Fonte: Repubblica-Scuola 30 settembre 2013

 

Le presenze del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del MIBACT e del MIUR ad ABCD

min lavoro

Logo_Mibact

Logo_Miur

Ultime news

Logo_Genova