Intervista a Cheema, 20 anni, pakistano

 

Cheema è a Genova da 2 anni, oggi frequenta la scuola e impara la nostra lingua. Ha ottenuto l’asilo politico e sogna di poter rimanere nel nostro Paese.
Oggi, il giorno della sua intervista, martedì 8 ottobre 2013, compie 20 anni. Guardandolo si vede solo un ragazzo alto, capelli scuri e occhi scuri, timido, un po’ impacciato con l’uso della lingua, gentile. Ma la sua è una storia drammatica, che inizia a soli 16 anni con la fuga dal Pakistan, la sua terra d’origine, che lo porterà a un lungo peregrinare, solo, indifeso e senza mezzi, tra paesi e persone sconosciute, alla ricerca di una pace e una serenità ormai perduta.

 

“La prima tappa della mia fuga è stata l’Iran, poi la Turchia dove sono arrivato al termine di un lungo viaggio, fatto in gran parte a piedi, durato 10 giorni, senza cibo nè acqua”, racconta tenendo la fronte umile rivolta verso il basso, mentre i suoi occhi, tristi, raccontano muti il suo passato di dolore.
Un passato che non riesce ad affrontare e che non si sente di spiegare, troppo pesante per un ragazzo così giovane, ma quello che dice offre già, in parte, la misura del suo vissuto: “siamo arrivati ad Istanbul, in Turchia, eravamo in 40, 50 persone, tutti adulti tranne me, ci hanno portato in una casa dove si rifugiano i clandestini e ci sono rimasto, chiuso dentro, senza poter uscire, come in carcere, per 20 giorni”. Il problema infatti per questi profughi è non farsi trovare dalla polizia perché, una volta catturati vengono rimandati immediatamente in patria, senza distinzione, senza preoccuparsi di chi, tornato a casa, perderà la vita. Per questo passano a volte anche intere settimane in queste case senza uscire, per non rischiare di farsi vedere e farsi catturare.
“Poi abbiamo ripreso il viaggio. Ognuno solo. Non ci si fa amici in questi viaggi. In due giorni siamo arrivati ai piedi delle montagne, camminando notte e giorno,  per superare clandestinamente il confine. Abbiamo dormito per tre giorni in montagna, faceva freddo, con avevamo niente da bere. Al terzo giorno è arrivata la nave”. Così sbarca in Grecia dove resta un anno. Poi “un’altra nave, per l’Italia”.
Cheema la chiama nave ma in realtà non è altro che uno dei tanti barconi della speranza che vediamo quotidianamente nei telegiornali arrivare sulle nostre coste, resi tristemente famosi dai naufragi e dalle condizioni di vita inaccettabili dei centri di accoglienza. “Eravamo in 55, il viaggio è durato 3 giorni ma a noi sembrava molto di più. Passavamo la notte a rovesciare l’acqua fuori, con tutto quello che avevamo, convinti che l’onda successiva ci avrebbe rovesciato”. Poi lo sbarco a Crotone e da lì la vita in Comunità, l’affido in famiglia, e poi, ultima tappa, l’arrivo a Genova, che oggi lui considera casa.
Paola Castellazzo

 

Le presenze del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del MIBACT e del MIUR ad ABCD

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