Intervista a Edoardo Stochino

Foto_Edoardo_StochinoEdoardo Stochino, atleta ligure di ventisei anni, lo scorso 17 agosto ha conquistato il bronzo agli Europei di nuoto disputati a Berlino. La sua specialità è il nuoto di fondo, una disciplina che richiede grande determinazione e resistenza. “Un pizzico di follia è essenziale per alzarsi alle cinque e allenarsi prima di andare a scuola, e ancor di più per scommettere tutto sulla propria passione ed arrivare in alto. Per realizzare un sogno ci vuole la giusta follia, che per me è il coraggio di prendere decisioni che altri non prenderebbero o che non condividono”.

 

Edoardo, come è nata la tua passione per il nuoto?

Beh, sono ligure, sono nato “con il mare dentro”. Penso che la mia passione per il nuoto sia nata di conseguenza. Ho iniziato, naturalmente, con le gare in piscina, in seguito, mi sono avvicinato al mondo del nuoto di fondo. Avevo circa quindici anni quando ho scoperto l’emozione di gareggiare in acque libere: un’esperienza molto più divertente del nuoto in piscina. Da allora, non ho più cambiato idea.

 

Pensi che il nuoto di fondo, rispetto ad altre specialità, richieda una dose particolare di determinazione, caparbietà e resistenza, non solo fisica ma anche mentale?

Nelle gare che ho disputato io, specialmente nelle maratone, la preparazione mentale è importantissima. Nel mio sport, ci sono gare che superano le otto ore di durata. Quindi è necessario sviluppare la capacità di gestire il proprio corpo, dosare le energie, senza esagerare. Ad un certo punto, è la testa a mandarti avanti, perché il tuo corpo ha già dato tutto quello che poteva dare. Dunque, è necessaria una determinazione non indifferente per restare concentrati e dare il massimo.

 

Come sei riuscito a realizzare il sogno di gareggiare in azzurro?

Essere convocato dalla Nazionale è stato davvero un sogno. All’inizio, io non ero un fulmine in piscina quindi vedevo sempre i traguardi come dei miraggi. Quando ero un ragazzino, pensavo che forse non sarei mai arrivato ad alti livelli, che nonostante l’impegno fosse impossibile realizzare questo mio sogno. Pian piano ho iniziato a raggiungere dei piccoli risultati e, risultato dopo risultato, ho cominciato ad acquisire fiducia nei miei mezzi. Con la giusta determinazione, nel 2010 sono arrivato a disputare il mio primo Mondiale, con la Nazionale. Sono arrivato quarto, un gran risultato, ma per me il solo fatto di essere lì era incredibile. Ero già così contento di essere ad un Mondiale e di rappresentare l’Italia, che mi sarebbe andato benissimo anche classificarmi come ultimo. Ancora adesso, gareggiare in azzurro è sempre bellissimo, ricevere una convocazione per la Nazionale è un’emozione unica.

 

Lo scorso agosto hai realizzato anche il sogno di salire sul podio degli Europei. Come sei riuscito a conquistare il bronzo nella 25 km?

Già nel 2010 ero già stato fra i protagonisti dell’Europeo ma mi sono fermato al quarto posto. Certo, arrivare quarti significa già essere fra i primi in classifica, eppure c’è una differenza abissale fra la terza e la quarta posizione. In seguito, ho avuto un attimo di sbandamento, a causa di vari fattori che non mi consentivano la continuità negli allenamenti: per questo, nel 2012 non ho partecipato agli Europei. Quest’anno, dunque, sono arrivato alla competizione molto motivato. Ero riuscito a ritrovare il ritmo negli allenamenti, ho lavorato con pazienza e determinazione. La mia voglia di portare a casa una medaglia importante era evidente.

 

Come si fa a trasformare un sogno in un obiettivo concretamente realizzabile, lavorando giorno dopo giorno e conquistando un  gradino alla volta?

Il primo requisito è la volontà: devi avere voglia di faticare, anche molto, per realizzare il tuo sogno. E poi la determinazione ad andare avanti, anche dopo un insuccesso. Devi capire di essere più forte della delusione, che nel mio caso può essere una gara andata male. Superare le difficoltà ti dà una spinta in più per raggiungere quello che cerchi.

 

Ci sono stati dei momenti in cui hai pensato di non farcela e di abbandonare il nuoto agonistico?

Non ho mai pensato di abbandonare, ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono chiesto se avevo imboccato la strada giusta. Ho frequentato l’Istituto Tecnico per Geometri e, al termine degli studi, mio padre, che è lui stesso un ex atleta, ha capito quanto io ci tenessi al nuoto e quanto forte fosse il mio desiderio di dedicarmi completamente ad esso. Se un ragazzo a sedici anni va in piscina ad allenarsi alle sei del mattino, prima di entrare in classe e, uscito da scuola, affronta un altro allenamento, significa che ci tiene davvero. Perciò, mio padre mi ha proposto un patto: se davvero ero intenzionato a fare del nuoto la mia vita, lui mi avrebbe appoggiato per due anni. Se in questi due anni fossi riuscito a portare a casa risultati abbastanza importanti, avrei potuto continuare lungo questa strada. Naturalmente, io ho accettato la sfida.

 

Che cosa consiglieresti ai ragazzi che hanno un sogno ma temono di non riuscire a realizzarlo?

Ragazzi, cercate di superare le paure, tirate fuori la grinta. Se avete un sogno, lanciatevi: può andare bene, può andare male, ma saprete di averci provato. Siete giovani, avete tutta la vita davanti, quindi potete permettervi di dedicare un paio d’anni a qualcosa che veramente vi piace. A ciascuno di voi dico di mettersi davanti allo specchio, guardare sé stesso negli occhi e porsi questa domanda: “È quello che desidero veramente?”. Se la risposta è “sì”, allora, dovete avere il coraggio di dire a voi stessi “Va bene, ci provo”.

 

L’edizione di quest’anno del Salone Orientamenti vede in Steve Jobs un esempio positivo per i giovani che, ancora di più in momenti economicamente difficili come quello che stiamo attraversando, devono essere sostenuti e incentivati a credere in se stessi e nelle proprie capacità. Per questo “Siate affamati e siate folli” è diventato il tema dell’edizione 2014. Anche tu ti senti, o ti sei sentito, “affamato e folle”?

Un po’ pizzico di follia è basilare per alzarsi alle cinque del mattino per allenarsi in piscina prima di andare a scuola: non  è qualcosa che tutti farebbero. Ci vuole quella “giusta pazzia” che per me significa avere il coraggio di prendere decisioni difficili, decisioni che altri non prenderebbero o che non condividono.

L’invito di Steve Jobs, a mio parere, può essere applicato a qualsiasi settore. Nell’ambito sportivo è evidente: l’atleta deve “restare affamato”, mantenere la voglia di raggiungere un obiettivo. Se manca la voglia di arrivare ad un traguardo, riuscire a superare i propri limiti è impossibile. Solo cercando i propri limiti e impegnandosi per andare oltre si riesce a migliorare. Inoltre, l’atleta deve essere un po’ folle, un po’ diverso. Quando ho iniziato a dedicarmi completamente allo sport, molte persone criticavano la mia scelta, mi ripetevano che non era la strada giusta, che non mi avrebbe portato a nulla e che pensare di costruire la propria via con lo sport era una follia. Eppure quel pizzico di follia ti consente di andare avanti per la strada che hai scelto. Questo significa, ovviamente prendersi la responsabilità delle proprie decisioni, la responsabilità di scommettere sul proprio sogno con una consapevolezza: se andrà bene, sarai stato bravissimo, ma se andrà bene meriterai ugualmente “tanto di cappello”, perché avrai provato a realizzarlo.

 

 

Intervista di Laura Santi Amantini

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