Intervista a Federico Grom

“Senza un pizzico di follia non ci saremmo mai imbarcati nella missione di provare a fare il miglior gelato del mondo…non c’è carriera comoda o decisione di buonsenso che possa reggere il confronto con la soddisfazione più grande: quella di realizzare il proprio sogno”.

 

Federico Grom è il Co-Fondatore di Grom, una catena di gelaterie fondata nel 2003 insieme all’amico Guido Martinetti. In poco più di 10 anni l’azienda ha conquistato il mercato nazionale ed internazionale aprendo punti vendita nelle maggiori capitali estere come New York, Parigi, Tokyo, Osaka e Malibu.

L’intervista racconta la storia di Federico, la sua storia personale, gli studi, le scelte e le amicizie, il lavoro. Svelandoci i segreti del suo successo ma anche i suoi sogni e le speranze per il futuro.

 

Federico partiamo dall’inizio, raccontando la sua storia … gli studi, il lavoro, l’amicizia con Guido.
Sono nato e vivo a Torino. Ho da sempre una grande passione per il business e i modelli d’impresa e, anche se a scuola non ero il primo della classe, da ragazzino passavo ore a leggere avidamente libri di economia aziendale. La scelta di iscriversi ad Economia all’Università è stata quindi naturale e ho iniziato a lavorare nel campo già durante gli studi. Dopo la laurea sono stato assunto come manager finanziario in una multinazionale e questa sembrava la mia strada, fino a quando un giorno Guido in un parcheggio…

 

Come è nata l’idea di creare “Grom”?
Ho conosciuto Guido durante il servizio militare e ci siamo trovati da subito in grande sintonia, seppur nella nostra diversità: sognatore ed emotivo lui, pratico e instancabilmente ottimista io. Un giorno dell’estate del 2002 Guido, che ai tempi faceva l’enologo presso l’azienda vinicola di famiglia, lesse un articolo di Carlin Petrini che fece scattare qualcosa in lui. Il fondatore di Slow Food denunciava la scomparsa dell’autentico gelato artigianale italiano, quello fatto “come una volta”. A parte rare eccezioni, quasi tutti i gelatai ricorrevano ormai a semilavorati e aromi artificiali. Guido iniziò a rifletterci e quando una sera ci incontrammo in un parcheggio (doveva darmi delle bottiglie di vino per una cena) mi raccontò dell’articolo e mi disse: perché non proviamo a fare noi il gelato come una volta?
Lì per lì la presi come un’uscita estemporanea, ma nei giorni successivi continuai a pensarci e iniziai ad elaborare un business plan. La primavera successiva inauguravamo il nostro primo negozio in piazza Paleocapa a Torino.

 

Non ha avuto paura? Quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato nei primi tempi e cosa l’ha convinta ad andare avanti?
Certo, abbiamo avuto paura:  stavamo investendo tutti i nostri risparmi e ci stavamo indebitando per gli anni a venire per quello che, per quanto ne sapevamo noi, poteva rivelarsi un fallimento nell’arco di sei mesi. Ma le idee nuove sono rischiose e se non ti mettono un po’ paura forse non sei sulla strada giusta. Nonostante molti ci dicessero che non avrebbe mai funzionato, che eravamo troppo giovani, che c’erano già troppe gelaterie, Guido ed io credevamo nella nostra idea e abbiamo deciso di andare avanti, ignorando quelli che mi piace chiamare “demolitori di sogni”.

 

Siete tanto uniti da aver diviso la società al 50 per cento. Non è un rischio?
All’Università ti insegnano che i soci devono sempre essere in numero dispari, per evitare situazioni di stallo, ma noi abbiamo deciso di lasciar perdere le teorie: per prendere una decisione importante dobbiamo essere d’accordo tutti e due e questa è la forza della nostra società.

 

Quali sono gli ingredienti del vostro successo?
Voglia di innovare, passione per quello che facciamo e grandissima attenzione alla qualità.

 

Dopo il successo in Italia siete partiti alla conquista dei mercati esteri. E’ rimasto in Italia ma ha internazionalizzato. É questo il segreto?
Il segreto è portare un autentico prodotto italiano all’estero: il gelato che serviamo a Osaka o a Los Angeles è identico a quello che si può gustare nel negozio di Piazza Paleocapa a Torino. Vogliamo far conoscere il gelato nel mondo senza perdere la nostra identità e il valore aggiunto del made in Italy.

 

Il successo di un’azienda dipende anche dalla soddisfazione dei propri dipendenti. Quale “policy” contrattuale prediligete? Cosa ne pensa dei contratti di apprendistato?
Quello della gelateria è un ambito con forte andamento stagionale, ma vogliamo che i ragazzi che lavorano con noi siano messi nelle condizioni migliori. Abbiamo quindi lavorato fianco a fianco con i sindacati per scrivere il primo contratto integrativo per le gelaterie. Nel libro in cui abbiamo raccontato la nostra storia (“Grom. Storia di un’amicizia, qualche gelato e molti fiori” – Bompani, 2012) abbiamo usato una metafora sportiva per esprimere lo spirito che c’è dietro questo percorso: ci troviamo tutti sulla stessa barca e le barche il cui equipaggio non rema nella medesima direzione finiscono per girare in tondo su se stesse, in balia della corrente. Girare in tondo non ci avrebbe permesso di garantire le migliori condizioni di lavoro ai nostri ragazzi, responsabilità che nessun imprenditore serio può trascurare. Crediamo nel benessere delle persone e nel rispetto delle regole. Il contratto di apprendistato ci consente di lavorare insieme a molti giovani.

 

Che significato ha per lei la parola meritocrazia?
Poter premiare i collaboratori davvero meritevoli.

 

Vi arrivano ogni anno migliaia di richieste di franchising all’anno. Qual è la vostra posizione al riguardo?
Abbiamo avuto una breve apertura sul franchising all’inizio della nostra storia perché ci serviva il budget per finanziare il Laboratorio Centrale, ma è stata solo una parentesi; l’idea è quella di svilupparsi con negozi di proprietà gestiti internamente per non rischiare di compromettere gli standard qualitativi.

 

Che consiglio darebbe ad un giovane che oggi vuole provare ad avviare un’attività? Cosa direbbe ai giovani che coltivano dei sogni ma che hanno troppa paura per provare a realizzarli?
Direi ai giovani di seguire i propri sogni e solo quelli, senza compromessi: fate quello che amate – ma che amate per davvero! – e il successo verrà da sé.

 

L’edizione di quest’anno del Salone Orientamenti vede in Steve Jobs un esempio positivo per i giovani, che ancora di più in momenti economicamente così difficili, devono essere sostenuti e incentivati a credere in se stessi e nelle proprie capacità. Per questo “Siate affamati e siate folli” è diventato il tema dell’edizione 2014. Lei è stato, è, “affamato e folle”?
Certamente, senza un pizzico di follia non ci saremmo mai imbarcati nella missione di provare a fare il miglior gelato del mondo. Se avessimo dovuto seguire la ragione e il buonsenso probabilmente io avrei continuato a fare il manager per una multinazionale e Guido a lavorare per l’azienda di famiglia. Eppure non c’è carriera comoda o decisione di buonsenso che possa reggere il confronto con la soddisfazione più grande: quella di realizzare il proprio sogno.

 

a cura di Paola Castellazzo

Le presenze del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del MIBACT e del MIUR ad ABCD

min lavoro

Logo_Mibact

Logo_Miur

Ultime news

Logo_Genova