Intervista a Manuela Arata

Manuela_Arata

Una carriera nell’Ansaldo, nel campo dell’innovazione tecnologia, l’incontro con il mondo scientifico e l’inizio di una grande passione. Poi l’occasione di realizzare un sogno: dare vita al Festival della Scienza. La manifestazione, giunta alla dodicesima edizione, si svolge a Genova proprio in questi giorni: mostre, laboratori, conferenze e non solo vi aspettano a Genova fino al 2 Novembre.

 

L’Associazione Festival della Scienza, insieme al CNR, sarà presente anche ad ABCD+Orientamenti, all’interno del progetto “Scopri le tue competenze chiave”. Perché, spiega la Presidente del Festival della Scienza , è importante investire sui giovani. E non bisogna mai smettere di sognare e di seguire le proprie passioni.

 

Quali sono stati i suoi studi e come è iniziata la sua carriera?

La mia è una storia bella: io ho frequentato il liceo linguistico, poi ho iniziato subito a lavorare all’Ansaldo; nel 1986, dopo dieci anni di lavoro, ho incontrato il mondo della scienza e me ne sono innamorata. C’era una comunità scientifica di fisici, che stava dando vita ad una nuova organizzazione: mi hanno chiesto di aiutarli e così io ho partecipato alla creazione dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia. Questo Istituto nel 2003 è stato accorpato al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Sempre nel 2003 ho organizzato il primo Festival della scienza e poi ho lavorato al CNR come “trasferitore di tecnologie”. Quindi mi occupavo di brevetti e creazione di impresa, ma nel frattempo continuavo ad occuparmi del festival della scienza, perché sono convinta che, se vogliamo fare in modo che l’innovazione si diffonda, la società deve essere in grado di recepirla, di comprendere e condividere le scelte.

 

Come è nato il Festival della Scienza?

A partire dagli anni ’90 abbiamo assistito ad un calo di iscrizioni ai corsi di laurea scientifici: nel momento in cui il mondo occidentale è arrivato alla massima espressione del capitalismo e del mito del denaro, tutti puntavano su Giurisprudenza ed Economia. Perciò, abbiamo incominciato a proporre delle iniziative, la più conosciuta delle quali è stata Imparagiocando, una mostra che consentiva di “giocare” con la scienza. Nel 1996, a Palazzo Ducale, Imparagiocando ha avuto 17000 visitatori in dieci giorni: un boom pazzesco, dovevamo bloccare gli ingressi, una cosa meravigliosa. Così, insieme agli altri componenti gruppo che aveva curato questa mostra, ho iniziato a pensare “dobbiamo fare un Festival della Scienza”. Nessuno appariva particolarmente interessato al progetto finché, nel 2002, il Sindaco Pericu ha organizzato i Tavoli della Cultura in previsione del 2004, quando Genova sarebbe stata capitale europea della cultura. Ho colto l’occasione per promuovere il progetto e, qualche tempo dopo, ho ricevuto una telefonata da un ex collega dell’Ansaldo Vittorio Bo, che nel frattempo era stato amministratore delegato di Einaudi. Bo aveva proposto al Sindaco di organizzare una settimana di letture scientifiche ma io l’ho convinto a puntare più in alto: dare vita al Festival della Scienza.

 

Quali le novità di quest’anno e quali i progetti per il futuro?

Quest’anno il tema del Festival è il “tempo”. Questo ci consente, da un lato, di parlare di tempo cronologico, tempo della storia, tempo filosofico, ma, soprattutto, ci consente di parlare molto di tempo meteorologico: un tema che in Italia e a Genova in particolare è molto sentito. Oggi siamo certi che il cambiamento climatico esista e dobbiamo tenerne conto. Penso che la scienza sia un sapere fondamentale per riorganizzarsi alla luce dei mutamenti climatici, non solo per comprendere quello che sta già accadendo ma anche per capire che cosa succederà in futuro. Io sto promuovendo la costituzione di un “consiglio scientifico della città” che aiuti le amministrazioni locali a compiere delle scelte lungimiranti.

 

L’associazione Festival della Scienza sarà presente anche ad ABCD Orientamenti, nell’ambito del progetto “Scopri le tue competenze chiave”. Perché avete deciso di partecipare?

Noi ci stiamo occupando molto di orientare i giovani ai nuovi mestieri, anche perché spesso questi nuovi mestieri non sono conosciuti. Bisogna ampliare la mente dei ragazzi in previsione del fatto che nasceranno delle professioni che oggi non esistono.

 

Puntiamo molto sullo sviluppo delle competenze, un tema che ci sta molto a cuore. Il Festival della Scienza cura anche un progetto bellissimo, Futuro Prossimo, all’interno del quale studenti di tutta Italia hanno la possibilità di incontrare persone che svolgono mestieri insoliti. Ad esempio, io presenterò una filosofa milanese che ogni anno trascorre tre mesi a Tokyo perché, con le soluzioni informatiche utilizzate dai lei, sono stati regolati i sei semafori dell’incrocio più affollato del mondo: da filosofa è diventata un’esperta di informatica che gestisce la complessità. I mestieri possono cambiare molto, anche nel corso della vita di una persona.

 

Ripensando alla prima edizione del Festival, nel 2003, si aspettava che avrebbe avuto tanto successo, al punto da essere imitato nel resto del mondo?

Devo essere sincera, sì. Io credevo in questo progetto perché avevo visto il successo di di Imparagiocando. Quando il Sindaco Pericu mi suggerì di non partire con una manifestazione troppo grande, io risposi che la scienza avrebbe dovuto “fare il botto” o l’intero progetto si sarebbe rivelato una montagna che partorisce il topolino. Io sapevo che la scienza avrebbe affascinato il pubblico anche perché io stessa, pur non avendo studiando nell’ambito della scienza, mi sono innamorata del mondo scientifico. Se questa scintilla era scattata in me,che sono una “testa di legno” nelle materie scientifiche, allora l’interesse per la scienza avrebbe potuto accendersi in molte altre persone come me.

 

I giovani hanno un ruolo fondamentale all’interno del Festival, inoltre, Lei ha avviato EASE una scuola per laureati e dottorandi che integri la formazione scientifica con le competenze comunicative. Che cosa l’ha spinta a scommettere sui giovani?

Io sono molto orgogliosa del fatto che il Festival della Scienza, in tempi in cui dei giovani non si parlava molto, sia stato progettato come un luogo in cui i ragazzi sapevano di poter venire senza aver bisogno di essere raccomandati, perché sarebbero stati scelti sulla base delle loro capacità. In secondo luogo, anziché usare dei volontari, abbiamo deciso di pagare i nostri animatori, perché il lavoro dei ragazzi merita rispettato.

 

Ho capito l’importanza di insegnare a comunicare la scienza perché, lavorando nel campo dell’innovazione industriale, mi sono resa conto che chi studia chimica o fisica non ha nulla nella sua formazione che insegni anche solo le basi della comunicazione, come rivolgere lo sguardo verso il pubblico, accompagnare le parole con dei gesti quando si danno spiegazioni difficili e così via.

 

 

Gli animatori del Festival hanno una formazione di dodici ore riguardo la comunicazione. Inoltre, abbiamo dato vita ad una scuola internazionale che, in modo un po’ pomposo, si chiama European Academy for Scientific Explainers. Per cinque giorni, i partecipanti – molti dei quali vengono dall’estero – hanno l’occasione di imparare i rudimenti della comunicazione. Il successo è stato tale che abbiamo aperto una scuola anche a Shanghai. Non solo i ricercatori ma anche per gli insegnati delle scuole sono di fronte ad una sfida: insegnare cose difficili in maniera semplice e accattivante. Io credo che il DNA delle future generazioni di ricercatori sia destinato a cambiare: non staranno più chiusi nei laboratori temendo qualunque rapporto con l’esterno ma saranno capaci di comunicare le loro conoscenze.

 

Cosa consiglierebbe ai giovani che hanno delle idee, dei sogni da realizzare, ma temono di non farcela?

Consiglio di venire al Festival della Scienza, iscriversi, proporre le proprie idee: noi aiuteremo tutti. Ma soprattutto, bisogna sempre credere nei sogni, non bisogna mai smettere di sognare. Mai credere a chi ti dice che ti devi accontentare, che non devi pensare troppo grande: non è vero, devi pensare grandissimo. Io credo che, se ti poni come obiettivo 100, otterrai 50, perché la vita è difficile. Ma se ti poni come obiettivo 20, otterrai davvero pochissimo. Quindi, puntate sempre alto, non abbiate paura di impegnarvi. Studiare e coltivare sé stessi non serve per i genitori o per gli insegnanti, serve per sé stessi. Noi curiamo il corpo, anche i maschi ora tengono sempre più alla forma fisica, ma in realtà la bellezza del cervello onora molto di più. La bellezza esteriore passa. Quindi impegnatevi, studiate, siate anche secchioni, va benissimo. E vi faccio un invito: studiate la matematica: io all’epoca non l’ho studiata ed è stato un buco, una voragine nella mia vita. Ancor più oggi, vivere nel mondo degli smartphone e non studiare la matematica è un delitto. Infine, giocate con la matematica, perché è divertente.

 

Lei si è occupata anche di pari opportunità. Per una donna è più difficile riuscire a realizzare i propri sogni?

Certamente. Ad esempio, i primi anni, tutti attribuivano al Direttore il merito di aver inventato il Festival della Scienza. Ci sono voluti anni prima che si spargesse la voce che l’idea era partita da me. Le donne guadagnano poco, se lavorano spesso si pensa che lo facciano semplicemente perché amano farlo, senza pensare che possano essere il capofamiglia. Io voglio dare un messaggio alle ragazze: spesso sento dire “per carità io, non sono femminista!”, ebbene: io sì, molto, perché c’è ancora molta strada da fare perché le femmine siano trattate come i maschi. Anche affrontare la difesa delle donne è importantissimo.

 

L’edizione di quest’anno del Salone ABCD+Orientamenti vede in Steve Jobs un esempio positivo per i giovani che, ancora di più in momenti economicamente difficili come quello che stiamo attraversando, devono essere sostenuti e incentivati a credere in sé stessi e nelle proprie capacità. Per questo “Stay hungry, stay foolish” è diventato il tema dell’edizione 2014. Anche a Lei è capitato di sentirsi “affamata e folle”?

Assolutamente sì. Io vengo da una famiglia numerosa, fin da piccola mi era stato detto che dovevo essere quella intelligente ed efficiente, ma non creativa. Così ho seguito i miei doveri tutta la vita, ma nel lavoro inventavo sempre delle cose nuove, i miei dipendenti non ne potevano più. Finalmente, con il Festival della Scienza posso dare sfogo alla creatività: mi diverto, posso fare tutte le follie che ho sempre sognato di fare e quelle che neanche mi permettevo di sognare.

Ciascuno di noi ha tutte le potenzialità in sé, sviluppiamo quelle che ci capita di sviluppare o che ci interessano di più ma in realtà abbiamo molti altri talenti: dobbiamo lasciarli emergere. Bisogna sfogare le proprie passioni, mai trattenerle.

 

Intervista di Laura Santi Amantini

Le presenze del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del MIBACT e del MIUR ad ABCD

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