QUESTA E’ LA STORIA DI SAFI

 

18 anni, afgano, rifugiato politico

Dopo dodici anni di guerra l’Afghanistan resta nel caos. Ancora troppe le vittime tra i civili come mostra l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite relativo ai primi sei mesi del 2013. Vittime delle bombe, troppo spesso bambini, vittime delle armi da guerra, che ancora in troppi imbracciano. Vittime ancora più numerose dell’anno passato, in una transizione di potere – la conclusione della missione della Nato è prevista alla fine del 2014- fatta di sangue e dolore. E mentre il Paese cerca di ricostruire la sua pace i talebani continuano a spargere violenza.

 

E’ nato in questa terra il giovane Safi, afgano di nascita, oggi, suo malgrado, italiano di adozione. Dico suo malgrado perché Safi avrebbe voluto rimanere a casa, con sua madre, suo padre e il suo fratellino, anche se in Afganistan c’era la guerra, anche se in Afganistan si sparava.
Ma Safi non ha potuto scegliere, è dovuto scappare. Lasciare la sua mamma, in lacrime, un fratellino di soli otto anni e prendere una strada solitaria verso paesi lontani, che non conosceva, verso un destino troppo ignoto e così crudele per un ragazzino di soli 16 anni.
La sua storia di esule, di rifugiato, inizia 2 anni fa.

 

La casa in cui Safi vive con la famiglia è nella periferia di una città, in aperta campagna, circondata da prati e alberi. Il papà di professione fa il traduttore dall’afgano all’inglese, la mamma si occupa della casa e dei figli, Safi e il piccolo ,…., .
“Mio padre lavorava a Kandahar con gli americani. Aveva studiato l’inglese e per questo lo avevano scelto per fare il traduttore dall’afgano all’inglese- racconta Safi, sguardo basso e occhi tristi, persi in ricordi che nessuno vorrebbe avere- I talebani però non volevano che lavorasse per il nemico. Per questo gli fecero arrivare a casa una minaccia, scritta, intimandogli di lasciare quel lavoro”. Ma il padre non cede. Dopo pochi giorni gli mandano un’altra minaccia, più esplicita “Se non lasci il lavoro spariamo alla tua famiglia” ma ancora sua padre non lo fa. “Mi diceva sempre che non voleva rinunciare a questo lavoro perché era convinto di aiutare il suo Paese. E che questo fosse un suo preciso dovere”.
I talebani non desistono e dopo pochi giorni mandano un’altra minaccia. Intanto il padre torna a casa per qualche giorno di vacanza.
Una notte, mentre tutti dormono, i talebani entrano a casa.
“Mi hanno svegliato le urla. Non vedevo niente, c’era buio. Erano in tre, forse quattro, non si vedeva nulla. Poi gli spari. Contro mio padre, contro di me, contro mia mamma”.
Poi il nulla. Safi, ferito da una pallottola alla testa, sviene, quando si risveglia si rende conto di essere in ospedale. Davanti a lui suo zio che ora, visto che il padre è morto, fa da capofamiglia. E’ lui che lo aiuta,  che trova i soldi, dodicimila dollari, per farlo andare via dall’Afghanistan.
“Mio zio mi diceva che devo andare via, subito, che se fossi tornato a casa i talebani mi avrebbero ucciso”, i talebani infatti lo cercano, devono ancora eliminare lui, unico maschio adulto della famiglia.
“Ma io non volevo. Non volevo lasciare la mia casa, mia mamma e mio fratello. E per andare dove?”.
Safi vuole parlare con sua mamma, ricoverata in un altro reparto dell’ospedale. Vuole starle vicino, anche lei è ferita, le hanno sparato alle gambe. “Io sulla fronte avevo una ferita lunga, anche sull’occhio. Il mio fratellino per fortuna stava bene.”
L’addio è straziante, fatto di lacrime e dolore infinito, la disperazione di un bambino di soli 8 anni che perde il fratello dopo aver appena perso il padre, di un ragazzo che dovrà andare da solo verso l’ignoto, e della loro mamma, che per salvare la vita a suo figlio deve convincerlo a partire.
“Il dottore non voleva che partissi perché ero debole, avevo perso tanto sangue. Ma mio zio gli spiegava che i talebani mi stavano aspettando così anche il dottore si convinse. Era tutto pronto. Non sono neppure riuscito a salutare bene mio fratello perché non volevo piangere e la macchina mi aspettava”. All’inizio non capisce. Gli fa male la testa, perde sangue. Viaggia di giorno, di notte dorme. Pensa sempre alla sua famiglia e alla sua fidanzata. “Pensavo troppo. Avevo troppo male ai pensieri”. Viaggia ininterrottamente, unico ragazzo tra tanti adulti. Non parla con nessuno, non cerca conforto. Non gliene offrono. Dopo 5 giorni supera il confine con l’Iraq. Entra clandestino in quel Paese.
Lì si rifugia, come tanti altri disperati, in una casa, allestita apposta per ospitare clandestini che scappano dal loro paese d’origine. Se la Polizia li avesse trovati li avrebbe rispediti a casa. “In viaggio, io non ho mai avuto un amico vero”.
Dopo 6 mesi inizia il viaggio per passare il confine con la Turchia. “Siamo arrivati vicino a una montagna, che faceva paura perché era così ripida e la strada piena di pietre. Dovevamo superare il confine dalla montagna, non dalla strada, perché quella era controllata dalla polizia. Quando abbiamo visto la montagna, abbiamo avuto paura, tutti scappavano. La polizia dalla strada sparava dal basso contro di noi. Niente mangiare, niente acqua. Qualcuno ha bevuto benzina. Dopo tante ore sono arrivato in fondo dove c’erano dei camion che ci aspettavano”.
E’ salvo. E’ arrivato in Turchia dove si ferma due mesi. Poi il viaggio verso la Grecia. Come trascinato da un fiume di fuggiaschi, in continua corsa verso un Paese e poi verso un altro, in fuga da se stessi e dalla polizia, in fuga da tutto. Verso Paesi di cui non conosce nulla, che non significano nulla per lui. “In Grecia ho anche dei bei ricordi.  Ricordo una ragazza a Rodhos, che è bellissima città, che mi guardava tanto. Chissà perché. Penso che lei era proprio innamorata di me perché non smetteva di guardarmi. Pensando a lei pensavo alla mia fidanzata in Afghanistan, che era la mia vicina di casa. Le famiglie avevano deciso il nostro fidanzamento quando avevamo 9 anni. Ero piccolino, non capivo niente. Poi io sono scappato e lei si è fidanzata con un altro”.
Ma il viaggio non è ancora finito. Safi si prepara a partire per l’Italia, anche se non sa neanche dove sia. “Ci hanno stipati in un furgone. C’era talmente caldo che i vestiti erano tutti bagnati. Non respiravamo più. Un afghano ha dato un pugno sul tetto del furgone e ha aperto un buco per l’aria. Non sapevamo dove stavamo andando. Non abbiamo mangiato per 2 o forse 3 giorni. Acqua poca. Eravamo in tanti, forse 50 o 60 persone. Il furgone ad un certo punto si è fermato. Ci hanno detto di scendere”. Davanti a loro il mare e il “barcone” che li aspetta per la traversata. “Non sapevo quanto sarebbe stato  lungo il viaggio. Di notte arrivavano onde grandissime. Tutti piangevano ed erano uomini grandi, io solo un ragazzo. Ma siamo arrivati”.
Oggi Safi ha ottenuto l’asilo politico, è un rifugiato, vive in una Comunità, va a scuola e aspetta di capire cosa ne sarà della sua vita. Da qui, con Skype, ha risentito lo zio e sa che la sua famiglia sta bene, su internet ha visto le foto dell’Afghanistan prima della guerra e ha scoperto che “era un paese meraviglioso. Ma io sono nato che c’era la guerra, non ho visto cose meravigliose. Ho visto tante cose brutte, sofferto caldo freddo, fame, sete”.
Safi ha iniziato l’intervista con imbarazzo, con fatica, ma nella mezz’ora che abbiamo passato insieme ha sollevato i suoi occhi, marroni, grandi, a volte persino sorridenti, e si è lasciato andare, perché crede che raccontare la sua storia possa servire a capire: “Quando gli italiani sentono la nostra storia allora capiscono perché siamo qui. Non possiamo guardare per tutta la vita la guerra. Vi chiedo <>”.
Oggi ha un sogno: un lavoro per poter ritrovare la sua famiglia e “una vita serena. Da piccolo ho visto troppe cose. Ora vorrei vivere qui e stare tranquillo”.

 

Paola Castellazzo

 

La storia di Safi è anche diventata un testo teatrale “Compleanno Afghano” di Safi e Sicignano premiato a le Acque dell’Etica e Pervocesola pubblicato da ed. Nerosubianco nella raccolta Per voce sola 13

 

 

Le presenze del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del MIBACT e del MIUR ad ABCD

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