Tito Boeri: “Sogno che i ragazzi più bravi restino in Italia a lavorare”

Tito BoeriNel pacchetto da 1,5 miliardi varato dal Consiglio dei ministri ci sono sia i 10 articoli con gli incentivi per chi assume giovani fra i 18 e i 29 anni sia i provvedimenti per la formazione dei disoccupati over 50. Eppure il nuovo Dl sembra non convincerla. Per quale motivo?
Le nuove misure di incentivazione rischiano di causare nuovi sprechi. Abbiamo tante esperienze precedenti con incentivi all’assunzione, come i bonus del 2001 e gli incentivi dello scorso ottobre. E l’esperienza passata è eloquente circa l’inefficacia di incentivi temporanei alle assunzioni. Le analisi effettuate dimostrano che i posti aggiuntivi sono pochissimi e che gli sgravi vanno per lo più a imprese che avrebbero comunque fatto le assunzioni. Anche in fase di recessione infatti le imprese continuano ad assumere ma quando sanno che stanno per uscire degli incentivi, naturalmente, aspettano. In questo modo i pochi fondi vengono spesi velocemente dalle imprese che avrebbero assunto comunque.
Del resto è difficile che un datore di lavoro decida di creare posti di lavoro a tempo indeterminato davvero aggiuntivi in virtù di un contributo pubblico che poi, alla prova dei fatti, potrebbe non essere erogato.

Cosa si doveva fare secondo lei? 
Sapevamo che le risorse erano limitate ma si poteva agire sulle norme che sarebbero state a costo zero per lo Stato. Penso alla necessità di porre rimedio alla deficienza centrale della legge 92, una carenza importante, quella di non avere un percorso alternativo di ingresso per i lavoratori.
Una cosa che sappiamo sin qui degli effetti della riforma Fornero è che sta contribuendo a ridimensionare alcune figure contrattuali che, prima della sua entrata in vigore, continuavano a crescere nonostante la crisi. Tra queste, il lavoro a chiamata e le associazioni in partecipazione. C’è stata una netta inversione del trend in questi contratti dal luglio 2012. Un cambiamento di rotta che può essere, realisticamente, attribuito alla riforma. Si tratta, in non pochi casi, di abusi compiuti da datori di lavoro che vogliono non solo risparmiare sul costo del lavoro, ma anche trasferire sul dipendente i rischi di impresa. Quindi è un bene se questi contratti sono stati ridimensionati dalla legge ma il problema è che a questa distruzione di posti precari non ha corrisposto la creazione di posti a maggiore stabilità. Occorre perciò creare un percorso di stabilizzazione che offra al datore di lavoro un’alternativa ai contratti di lavoro precari in essere. Si è puntato sul contratto di apprendistato, prevedendo anche forti incentivi fiscali.
Ma credo non possa funzionare né essere la via maestra per l’ingresso nel mercato del lavoro. Come si può proporre a chi, a 50 anni si trova senza lavoro, un contratto di apprendistato?

Cosa si poteva fare?
Occorreva creare un nuovo percorso con un contratto a tutele progressive, un contratto quindi a tempo indeterminato per i neo assunti, in sostituzione del gran numero di contratti atipici esistenti, con tutele che crescono all’aumentare della durata dell’impiego. Che prevede poi, per il primo periodo, la possibilità di licenziare il lavoratore per motivi economici, prevedendo come indennizzo il pagamento di un’indennità al posto del reintegro. Sarebbe anche un modo per incentivare il datore di lavoro, che oggi è timoroso e tende ad assumere solo con i contratti a termine, a offrire contratti a tempo indeterminato. Le poche risorse disponibili poi le avrei usate per aumentare i salari netti di chi lavora con salari bassi.

I dati diffusi dal Consiglio Universitario Nazionale dicono che negli ultimi 10 anni l’Università Italiana ha perso 50.000 iscritti. Dati ancora più allarmanti se pensiamo che è proprio in un momento di crisi che si dovrebbero aumentare gli investimenti nell’istruzione. Lei cosa ne pensa?
Molti giovani hanno paura a iniziare un percorso di studi che potrebbe durare fino a dieci anni e provano a entrare immediatamente nel mercato del lavoro, pur con basse qualifiche, contratti precari e bassi salari. Al tempo stesso, le imprese hanno ridotto gli investimenti in formazione dei giovani che entrano in azienda. Credo che una delle ragioni del calo di iscritti sia da ricercarsi anche nel fallimento delle lauree triennali, che avrebbero potuto essere un’ottima opportunità.

Le lauree brevi però sono sembrate a molti solo come una tappa intermedia di un percorso più lungo. Lei in una sua recente intervista ha parlato della possibilità di riformarli seguendo il modello delle scuole di specializzazione tedesche che prevedono un forte legame, già durante gli anni di studio, con le aziende. Perché questo modello potrebbe frenare lo svuotamento delle nostre università?
Le lauree triennali andrebbero rivitalizzate e rese più professionalizzanti.
L’esperienza a cui guardare è quella di paesi come Austria e Germania, dove l’approccio formativo, che combina esperienze di apprendistato in azienda e lezioni in aula, garantisce un rapido inserimento nel mondo del lavoro e si riflette sul tasso di disoccupazione giovanile.
Proprio in questi giorni abbiamo verificato che esistono diverse sedi universitarie dove non si fa ricerca. In queste sedi si potrebbe fare didattica e introdurre corsi di laurea triennale caratterizzati dalla presenza simultanea dello studente nelle aule universitarie e in azienda. Metà dei crediti verrebbe acquisito in aula e metà in azienda. Il lavoratore sarebbe impiegato in azienda e seguito da un tutor. Con controlli reciproci fra università e impresa sulla qualità della formazione conferita al lavoratore che ridurrebbero fortemente il rischio di abuso. Benché retribuito poi il lavoratore non avrebbe alcun diritto automatico a entrare in azienda. Non dimentichiamoci poi che questo sistema ci permetterebbe di risolvere un altro grave problema che è quello del “mismatch” ovvero la mancata corrispondenza fra le qualifiche acquisite nel corso di studio e quelle richieste dalle imprese, in Italia nettamente più alto che negli altri paesi europei.

Ci sono più di due milioni di giovani che non studiano e non lavorano, una massa di giovani che costa ogni anno 25 miliardi di euro di perdita di capitale umano. Cosa si può fare per aiutare i giovani neet a credere in questo Paese e costruire il loro percorso di vita e di lavoro?
Credo che le lauree triennali possano rappresentare una soluzione anche per i giovani neet. Chi non si sente di affrontare un percorso universitario lungo e spesso dagli esiti incerti potrebbe trovare una prospettiva concreta nei tre anni, visto che avrebbe anche la possibilità di guadagnare mentre studia.

Cosa sogna per le giovani generazioni?
Essendo un economista non posso che sognare con i piedi ben piantati a terra.Abbiamo così tanti giovani meritevoli e facciamo di tutto per spingerli ad andare via.Se cambiassimo registro, se facessimo di tutto per permettere ai più bravi di rimanere a lavorare in Italia, se non sprecassimo più in modo così indegno questo potenziale  immenso, allora questo Paese sarebbe davvero molto più bello.

(realizzata da Paola Castellazzo)

 

Tito Boeri, Ph.D. in Economia ottenuto presso la New York University, è stato per dieci anni senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

E’ stato anche consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea, dell’Ufficio Internazionale del Lavoro oltre che del Governo italiano. 
E’ attualmente professore ordinario (con profilo ricerca) presso l’Università Bocconi di Milano, dove ricopre la carica di Prorettore alla Ricerca. 
E’ Direttore Scientifico della Fondazione Rodolfo Debenedetti (www.frdb.org). 
E’ inoltre research fellow dell’Innocenzo Gasparini Institute for Economic Research (IGIER Bocconi), del CEPR (Centre for Economic Policy Research), del Davidson Institute dell’Università del Michigan, dell’ IZA (Institut zur Zukunft der Arbeit) di Bonn e del Netspar (Network for the Study of Pension and Retirement) di Tillburg.
Collabora a Repubblica (e all’estero con il Financial Times e Le Monde). 
E’ tra i fondatori del sito di informazione economica: www.lavoce.info e del sito federato in lingua inglese www.voxeu.org. 
E’ direttore scientifico del Festival dell’Economia di Trento.

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